L'EBREZZA vitale della poesia di Rûmî, «il massimo poeta mistico della letteratura persiana», forse non è altro che il caotico preambolo a quel silenzio così convenientemente imposto in numerosi distici finali: «Taci, come il centro del Cerchio, ché ormai il Sovrano/ ha cancellato il tuo nome dal quaderno del Dire». Enigma del non-dire come sospensione e radice del dire stesso.

3 commenti:

  1. Ma bellissimi questi versi.

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    1. Ho ritrovato in Rûmî immagini e simboli che appaiono a volte nella mia scrittura. La sua è poesia profondamente devozionale, il che, a un lettore di passaggio come me, può risultare a volte un po' monotono. Di tanto in tanto regala però perle di una trasparenza ermetica difficilmente sondabile.

      Leggendo le tue riflessioni sul Miwi ho l'impressione (superficiale, se vuoi) che le nostre scritture vadano in cerca di qualcosa di simile (sebbene con premesse e obbiettivi distinti). Ti consiglio, se già non lo conosci, la lettura di Scholem. In particolare il testo in Adelphi sul nome di Dio nella cabala. Grazie per essere passato!

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    2. Ti ringrazio per il consiglio, lo terrò in mente...
      A presto,
      7

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