L’apprendista

C’era una volta una ragazza e c’era una volta una vecchia.

Ci sono una volta una ragazza e una vecchia come ci sono una volta tutte le cose nel mondo.

La vecchia è maestra, la ragazza apprendista. E questo è quanto.

*
Deserto, montagna, tela di ragno.

Il sole si congeda da dietro le cime e con l’allungarsi delle ombre si appressa il peso della notte. Spossatezza della luce che cede piano in fulgore di rosa e arancione gettato sulla neve. E poi il freddo, sempre il freddo, che sale lento dalla terra e abbraccia ogni cosa fino al risveglio.

Vieni, dice la vecchia, torniamo a ravvivare il fuoco.

E nella casupola di pietra e legno il canto della fiamma frena il gioco imprudente dell’immaginazione. La ragazza siede per terra e nell’aritmia della luce si confonde con tutte le sfumature del buio finché il cuore le cessa di battere l’ansia.

*
Ogni volta che le si freddano le mani le salgono gli incubi. Pece violacea e malinconica trascinata a riva in risacca rabbiosa. Le prende dapprima le dita e i polsi, poi le braccia fino alle tempie e quel punto acuto dietro gli occhi. Prurito elettrico e morso veloce del ragno. Abbassa dunque le palpebre e dalla melassa scura dell’incubo vede la maschera deforme di se stessa gridare e gridare il dolore di tutto ciò che è andato, di tutto ciò che non sarebbe mai stato. Eppure nel veleno c’è la cura, sebbene non sappia quale sia il suo male. Si corica quindi come con le febbri e attende che le si scaldino nuovamente le mani.

*
Neve, cime e ancora neve.

Gli alberi come spilli di ghiaccio conficcati nella carne cianotica del cielo. Sul limitare del bianco giace riverso un cadavere. Un punto di sagoma lontano, indistinguibile. Uomo o donna. Ragazzo o ragazza. Forse un animale. Il profilo nero disteso non ha nome ma solo la gravità della terra. Dalla finestra minuta ogni mattina lei lo guarda mentre la vecchia prepara con perizia il fuoco del nuovo giorno. Soffia con cautela di madre sulla brace in agonia di notte. Un eccesso di respiro e morirebbe.

Quando finirà la neve non ci sarà né corpo né memoria del corpo, dice la vecchia col petto esausto mentre prende a scoppiettare la fiamma.

*
Come si guarisce dal freddo? si chiede in continuazione.

Lo sente crescere nelle gambe e assecondarle i movimenti del petto come la mano che accarezza con timore per prendere confidenza. Il fuoco minuto si agita serpentino. Un piccolo fuoco per una piccola casa che non è la sua casa perché è sempre freddo. Non sa bene cosa ci faccia lì, né come ci sia arrivata. Ha un vago ricordo della strada, della notte, dei passi affaticati. C’era una città e c’erano persone. C’era il mondo e ora non c’è più. Solo il deserto bianco, le montagne silenziose, la tela dei ragni che brilla e brilla instancabile. E un corpo di ragazzo o ragazza che dorme per sempre nell’angolo più remoto dello sguardo.

*
Non ha mai visto un cristallo di neve. O così ricorda. Forse tempo addietro qualcuno le disse che non ne esistono due uguali. Le pare una nozione tanto buffa quanto inutile. L’idea stessa di quella vastità di forme invisibili la confonde e l’inquieta. Non coglie il senso di un tale sforzo volto a qualcosa di così effimero. Suppone ci sia una verità celata in tanta operosità andata a male. Una lezione, forse, che decifrata spiegherebbe i moti di ciò che la guida, di ciò che la circonda. Ma poi cosa importa: quanto dura un cristallo di neve o un dubbio?

*
Ogni giorno è lo stesso giorno.

Il vento sulla vallata occupa i timpani e sui picchi taglienti si addensa in congiura la tormenta, che è sempre la stessa. La vecchia fila e fila la seta argentata del ragno nel cuneo di luce dell’unica finestrella. Non un suono ma il solo frusciare segreto delle mani in opera. Ha gli occhi incavati, la vecchia. Come chi veglia sugli incubi o conta i giorni che mancano alla morte. Come chi è amico dei corvi e riposa soltanto nell’insonnia. Di tanto in tanto alza lo sguardo e fissa il vetro e non vede altra cosa che il bianco.

Non ci saranno stelle a guidarci stanotte, dice.

Ma la ragazza distratta dal silenzio pensa solo alle mani fredde e a quel vuoto nel petto che non si lascia respirare.

*
Prende le misure con ossessione metodica.

Un passo dopo l’altro sulla terra battuta: 20 in lunghezza, 13 in larghezza. Una piccola casa per un piccolo fuoco per una piccola donna che sono due e sono nessuna. Non le crescono i piedi così come non cresce il pavimento. Quella è la cifra intransigente a cui appartiene. A volte la noia le impone di barare e allora diventano 19 o 21 per 14 o 12. Scarti di misura piegati nello spazio non detto per dire l’immaginazione. Ma poi una stranezza le prende lo stomaco e allora ripete il conto dei passi perché tutto torni all’ordine dovuto. C’è un numero esatto anche per la colpa ma questo lei non lo sa o non lo ricorda.

*
Lì al termine della neve, indica la vecchia.

È quasi primavera, prendi la pala e seguimi, dice.

E lei prende la pala e la segue, aguzzando gli occhi sul profilo nero che il dito ossuto ritaglia all’orizzonte, al limite della neve e dello sguardo. Riverso nella neve un corpo di ragazza, senza dubbio. E sente freddo, sempre lo stesso freddo, prenderle le dita e gli occhi.

*
Il sonno degli incubi è uno scosso dormiveglia.

Gli occhi semichiusi scorrono lungo le pareti e i profili e tracciano linee e angoli sghembi. Sotto, il suono preciso e rapido del pedale e della ruota. Vede la vecchia filare nella penombra con le fiamme a divorarle il viso. Non saprebbe ora distinguere la donna dalla bambina, la vecchia dalla ragazza. Lo spazio deforme della stanza si contrae e ritrae sui suoi cardini a ogni respiro. La pece violacea si annida nelle tempie e dietro gli occhi e il mondo è pesante e storto. Le parole sono imprecise e sempre di troppo. Si sente un canto sommesso mentre la ruota gira e gira, filando e filando la bava di ragno. La ragazza dorme a tratti e il petto ha la regolarità della fatica. Giunge infine il giorno, sempre lo stesso, e dal sangue gelato si ritirano in tregua gli incubi.

Ti ho insegnato a filare mentre dormivi con le mani fredde, dice la vecchia.

*
Camminano a lungo, fino a perdere il conto dei passi. È sempre distante l’orizzonte e la marcia continua nei campi desolati con la fronte fissa al limite dello sguardo.
Presto, dice la vecchia, prima che arrivi la primavera e i corvi reclamino gli occhi.
Al crepuscolo si fermano e la vecchia prepara il fuoco dalla brace che si porta appresso. Contempla l’aria con le narici. Tasta le forme della notte. Dalla tasca sfila un lungo cordone argentato di bava di ragno. È morbido tra le sue falangi secche e dure. Lo sfilaccia come cercasse qualcosa che si è nascosto nell’intreccio. Interroga come un oracolo mentre la fiamma bambina del falò batte di riflesso tra i suoi occhi e il cordone smagliato.

Non ci sono stelle stanotte, dice, torniamo a casa.

*
Oggi non è lo stesso giorno.

Qualcosa si è mosso appena, di poco, d’improvviso. Un cambiamento deciso fin dall’inizio di ogni cosa ma che si mostra soltanto nella distrazione della fine. È diversa la consistenza della luce e del freddo. Lei lo sente ma non può o non sa dirlo.
Oggi la neve pare morbida e le cime terse. Gli alberi nello sforzo del lancio si muovono appena sotto la spinta del vento e il fuoco arde di un colore più chiaro.
La ragazza conta i passi della casupola uno dopo l’altro con paziente apprensione. Sente il peso del corpo giratorio del mondo e del tempo. Conta e riconta ma c’è sempre un passo di troppo o di meno. La prende un turbamento senza che lei ne abbia colpa e torna a contare.
La vecchia alza gli occhi e scruta lungamente attraverso il vetro opaco della finestrella. Tasta l’aria con le narici ed esita. Si fermano il pedale e la ruota e le alette e riluce la seta di colpo. Raccoglie la brace e chiama a sé la ragazza e le racconta delle stelle e del filo di ragno.

*
Era sempre stato lì, dove indicava la vecchia. Una sagoma di morto riverso nella neve. Aveva osservato a lungo quel punto scuro alla fine di ciò che si poteva vedere. Forse un animale. Ma ora non c’era più. Rimane solo una macchia di bianco sciupato a monumento dell’inverno e l’erba stanca sulla soglia della stagione.

Scava, dice la vecchia.

E lei scava. Scava la terra dura come chi pensa rivolto al passato e ogni colpo della pala risuona vuoto nelle ossa. E lei scava col sole che le graffia la pelle di nostalgia senza rimpianto.

*
Ora se ne sta lì, come una sagoma disegnata all’angolo di uno sguardo. Un corpo di ragazza, senza dubbio. Ha scavato come le aveva detto la vecchia. E ora la contempla distesa dentro la terra dormire come chi ha vegliato una vita intera. Sente sul viso accennarsi la luce del sole spossato, il venire prossimo del crepuscolo o dell’alba. Nella profondità del petto le rimane un respiro che non si lascia respirare. Guarda la vecchia distesa nella terra e tutt’attorno la fossa spuntano fiori. Papaveri e margherite e denti di leone e fiordalisi. Crescono e crescono rapidi e attraversano tutte le stagioni fino a sciuparsi. Sente le mani freddarsi di colpo mentre si guarda attorno: deserto, montagna, tela di ragno. Testimoni gli alberi piantati nella terra dura. Al di là della vallata scorge l’abbozzo di una casupola. Non è la sua casa ed è sempre distante l’orizzonte coi suoi passi traditori. Mentre prende a nevicare direbbe che da lì lontano qualcuno la guarda attraverso la finestra ritagliata da un fuoco scostante.

LA PROFONDITÀ inesausta
delle mani in opera
sui volti nostri sovrapposti
di lato e di continuo.

L'obolo per il traghettatore
sempre in tasca luccicante.

Prendilo tu, ti dico,
con questo profumo di tristezza
dalle mie mani.

STAVO sulle tue labbra
funambolo prima ancora
tu mi dicessi
ubriaco di sangue,
di notte, di sospiro
che mi cancellasse.
NON SI CURA il sole
delle ambiguità.
L'orizzonte è riferimento
sufficiente all'esistenza
che trascina.

Così il riflusso
delle maree sogna
la pietra delle coste
ad ogni nuova luna.


TI SVESTI d'abito
ché la nudità è troppa
da tacere
e sul rasoio della voce
torna il mio corpo al tuo
per riposare.
IL CIELO PER UN ATTIMO s'oscura di nubi erranti. Il fazzoletto terge la fronte mentre la mano affaticata fissa il movimento veloce delle nuvole. L'ultimo sudore della stagione asciugato nella brezza acerba delle mele novelle. Solo il vento rimane ad accompagnare il falciatore verso la propria casa.

Sulla soglia lei lo attende profumata d'erba e di primo fuoco. Come è bello il cielo oggi, dice, indicando l'azzurro profondo e vasto. Lui si gira e guarda il campo e poi su in alto con la mano. Sì, risponde, monosillabo schiacciato dalla trasparenza della luce. E mentre varca l'uscio per un bicchiere di vino, in cuor suo ringrazia. Ringrazia l'azzurro profondo e vasto e le nubi erranti e la luce che coprono come uno spesso velo il buio senza fine del cosmo sopra la sua testa.

(Enigma d'autunno)

A NORD d'ogni musa,
d'ogni fiume gelato,
l'immobilità dello sguardo.

I fili aggrovigliati
del ritorno, le pietre
levigate con l'ombra
che guardano la morte.

NEL GIORNO di cielo
ch'entra l'ombra
e i campi verdi
di verde s'alzano
d'un passo
non è il falciatore
che l'attesa
dietro la maschera
chiara dell'erba
già troppo avanti
nell'autunno.

VENNE UN UOMO dal deserto con la luce crudele d'occhi berberi sepolti sotto la stoffa nera. Seduto a terra tra la polvere delle strade sorbiva l'ombra amara del suo tè. Tu vieni dal deserto, disse la gente del villaggio, tu sei un poeta. Ma l'unica risposta a essi concessa fu un lungo mormorio sommesso, ché la verità non era nel no e nel sì, ma tra il no e il sì. Prese quindi l'uomo una manciata di polvere e la lasciò cadere a terra. Illeggibile si disegnava l'accenno d'un canto che subito il vento reclamava. Tornò allora l'uomo al deserto portando con sé la luce crudele dei suoi occhi e il ricordo del tè amaro. E mentre la luce instancabile dell'orizzonte ne divorava la figura, disse una donna: Il poeta torna al deserto perché lì solo egli può combattere con dèi e demoni a cambio d'una parola.

(Variazione su scritti sufì)


LE SCAGLIE pregne
di luce incandescente,
del solo cielo che possiedo.

La carpa si ritira
sotto il filo tagliente
dell'acqua torbida.

Porta con sé l'enigma
di questo giorno.

(carpa Koi)

 
RAGIONI per una poesia notturna:

La gravità non volle
Icaro
prima dell'alba.


SOLO MOLTI ANNI PIÙ TARDI il riarso fulgore del deserto gli avrebbe mostrato la reale entità della sua perdita. La Storia non fu clemente con il giovane sultano, che di lui appena salvò il pianto infantile della sconfitta e il rimprovero insensibile della madre. Tuttavia, c'era qualcosa di profetico in quelle lacrime abbandonate come testimonianza ultima del suo amore. Un enigma, forse, che presto il vento dell'esilio avrebbe cancellato o distillato in un canto per nessuno.

(Il vento trascinò lontano il re-bambino; ma quella che dicevano essere la casa dei suoi padri in realtà non gli apparteneva)

Ora, molti anni più tardi, l'uomo Boabdil osserva gli uccelli perdersi nel tramonto, il mulinello della sabbia sulle dune, il profilo acceso delle palme. Cerca la bellezza senza riuscire a trovarla. Qualcosa nei suoi occhi si è spento per sempre.

Attende la notte per scrutare il cielo, per guardare quel punto in cui le stelle non dimorano mai. Lì affiora il ricordo, o il sogno, di un delirio che il deserto sussurrò in epoche remote. E si libera da lui un sospiro che è come poesia e solo in quell'istante, nell'istante di un respiro, vede lo splendore immutato della sua casa. Solo in quel sospiro vive ancora Granada.

(Il sospiro del moro)

Traduzione dallo spagnolo di una breve prosa per il concorso "Microcuentos - Quaderni Ibero Americani"

El suspiro del moro è un passo poco fuori la città andalusa di Granada in cui si dice che Boabdil (ultimo sultano in terra iberica) sconfitto e sulla via dell'esilio lanciò un ultimo sguardo a quella che era stata la sua casa e pianse.


PENSARE ALLA PIETRA significa pensare la parola come unità, concretezza, segno inalterabile che marca il limine o il limite.  La vivida immagine delle «ombre scritte di pietra» di Celan («mit von Steinen geschriebenen/ Schatten») condensa l'emblema per il secolo che è appena stato. Pensare alla pietra significa pensare alla materia stessa della parola che è, in definitiva, composta di suono e luce.  Ed è così in Sánchez Robayna, dove la roccia nasconde «el gran dios dormido» che attende di essere interrogato. Per Rûmî, invece, la pietra trattiene al suo interno la scintilla pronta a diventare fuoco.
    Ecco segnate due vie essenziali, convergenti o divergenti, pur sempre coincidenti nella materia prima dell'enigma, della parola poetica: “litofonia” o “litofotia”.


COME LA TRASPARENZA inonda
i campi vuoti
col peso sempre eccessivo
della bellezza.

Non dormono i papaveri.

Osservano indifferenti
i bordi della luce
in dissoluzione.

(solitudine del papavero: terza variazione)
SI DESTA ancora il fiore
d'alberi senza nome
al volgere dell'anno.

La luce s'occulta nei petali
immolati alla prima pioggia.

(variazione sul tema dello «Hanami»)
IL SOLCO, i solchi,
le fratture sui muri bianchi
dove il gelsomino s'inombra,
si fa carne dal suo profumo.

S'offre il corpo impudico
sotto il sole feroce,
ferace, che penetra la pietra,
che continua a scavare.

(«fissures» I)

TRA LE MANI stringo le piume
nere del nostro amore
trafitte dalla luce.

La trasparenza dei cieli
è opaca alla parola.

E ogni respiro in primavera
appena un rantolo,
il gridare strozzato
degli uccelli in caduta.
STRETTI in un abbraccio
ai bordi dell'abisso
assaporiamo soli
un tocco di follia
che rende equilibrati.
È LA DANZA delle falene
sotto un lampione a mezzanotte
e tutt'intorno
la violenza del temporale.

(analogia)
L'EBREZZA vitale della poesia di Rûmî, «il massimo poeta mistico della letteratura persiana», forse non è altro che il caotico preambolo a quel silenzio così convenientemente imposto in numerosi distici finali: «Taci, come il centro del Cerchio, ché ormai il Sovrano/ ha cancellato il tuo nome dal quaderno del Dire». Enigma del non-dire come sospensione e radice del dire stesso.